Sono nata molti anni fa nei sotterranei del castello di L. , quintogenita del trentesimo conte di L. e della sua algida sposa che vivevano rintanati lì sotto. Fuori infuriava la guerra, bande di predatori si impradronivano a turno del castello ormai ridotto in rovine. Ma i miei genitori avevano trovato un modo ingegnoso per sopravvivere, vendendo a chi di volta in volta passava di lì uno dei loro figli: come cibo o come schiavo, a seconda delle richieste del mercato e delle età disponibili in magazzino. Mia madre figliava come una cagna, mio padre la ingravidava e provvedeva alle trattative, la loro era un'azienda di famiglia.
Avevo appena compiuto undici anni quando venne il mio turno e mi cedettero al capo di una carovana di artisti girovaghi (la guerra non impediva certo agli umani di volersi divertire). La prima notte il mio padrone, dopo avermi violentata, mise bene in chiaro quale sarebbe stato il mio futuro: la sera mi sarei esibita con lui nel numero della donna decapitata, mentre di giorno avrei dovuto provvedere al suo sostentamento prostituendomi. Non era una brutta vita, anzi la sera mi piaceva. Salivo sul palco nel mio vestito di luce, poi mi infilavo in una lunga scatola nera che lasciava spuntare solo la mia testa. Il pubblico rabbrividiva quando la lama affilata piombava dall'alto, ed anch'io gemevo nel sentire il gelido respiro dell'acciaio sfiorarmi il collo. Naturalmente c'era il trucco, un piccolo tasto che il padrone premeva all'ultimo momento e che apriva un doppiofondo dove mi andavo a rintanare. Finché una sera, forse perché io avevo ormai quindici anni e lui si era appena comprato una nuova schiava giovane, dimenticò di premere il tasto. La platea urlò di raccapriccio mentre il sangue schizzava fino a quelli seduti in sesta fila, poi rimase in silenzio ad osservare la mia testa che ciondolava innaturalmente dalla scatola, infine scoppiò in un applauso senza fine: era stato uno spettacolo indimenticabile, per il mio padrone un vero trionfo. Mentre sul palcoscenico entravano i pagliacci, con gli ultimi barlumi di coscienza lo sentii ordinare soddisfatto che mi buttassero nella discarica lì vicino.
Ritornai in me molto tempo dopo, nel laboratorio di un vecchio medico radiato da tutti gli ordini. Quella notte, come spesso faceva, era andato alla discarica in cerca di cibo e materiale per i suoi esperimenti e lì mi aveva trovata, semi-decapitata ma inspiegabilmente viva. Non credendo alla sua fortuna mi aveva portata via e per più di un anno aveva lavorato su di me, prima cesellando pazientemente una protesi che ricollegasse la mia testa al tronco, poi provvedendo lui stesso ad amputarmi gambe e braccia per sostituirle con sofisticate meccaniche di sua invenzione. E i risultati erano stati ottimi: dopo un penoso periodo di rieducazione mi ritrovai negli arti una forza superiore a quella di qualsiasi umano, e nella testa pensieri che pochi umani avrebbero approvato. Lo ringraziai strangolandolo, poi partii alla ricerca del mio ex-padrone che bruciai vivo nella sua baracca la settimana successiva. Due mesi dopo morì mio padre: lo impalai mentre mia madre urlava di terrore. Lei naturalmente era prossima a partorire, così la aiutai con la spada e la lasciai lì a morire dissanguata.
Da allora questa è la mia vita. Uccido per piacere, ma più spesso per logica.
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Ciao ciao sorella....:)
Che storia raccapricciante che hai! :)
Benvenuta nella squadra! ^__^